Stato d'ordine

Stato d'ordine oppure ordine di stato? Basta invertire la disposizione dei termini per ottenere un significato diverso. Il contenuto “politico” diventa così molto chiaro: non viviamo forse in società caratterizzate da regole che spesso sono il tentativo di imporre una sorta di ordine fittizio al quotidiano? Basta osservare le immagini, per notare che i vari oggetti presenti all'interno degli armadietti sono disposti secondo un criterio indefinibile. Non sembrano avere molto in comune tra di loro: detersivi, scarpe, asciugamani, oppure libri, contenitori vari, riviste, cartucce per stampanti ed altro ancora riempiono i vari scomparti. La loro collocazione segue una logica oppure no? C'è volontà oppure casualità nella sistemazione di quegli oggetti?

Questo stato d’ordine è definito dalla cornice di un quadro, dai limiti della vetrina di un negozio, così come dai bordi di un armadio contenente degli oggetti, nel momento in cui ne apriamo le ante per osservarne il contenuto.

Cose che contengono cose e, contemporaneamente, noi che diventiamo parte di esse: parlando di spazio parliamo anche di noi stessi. Non possiamo concepire un luogo senza prendere in considerazione, pur solo per un istante, chi lo occupa, l’ha occupato o l’occuperà. Ordine/disordine e spazio sono concetti che non possono essere separati. Anche se non ci pensiamo, quando definiamo delle regole, delle strategie di comunicazione oppure quando notiamo un metodo nei processi comportamentali di una categoria o classe sociale, nonché negli usi e costumi di un popolo, stiamo strutturando un ordine spazio-temporale. Un equilibrio in cui la dimensione spaziale e quella temporale si fondono seguendo la teoria della relatività e che appare a noi stabile, benché si tratti di una stabilità illusoria, conseguenza di una realtà da noi stessi filtrata.