Superficie temporale

Il mio tentativo di costruire delle superfici temporali (ma sarebbe più opportuno definirle matrici) nasce dall'esigenza di creare delle dimensioni temporali interattive, in cui sia possibile navigare attraverso il tempo, agendo nello spazio, ambito per noi più concreto e vicino alla percezione dei nostri sensi. Muovendo dal concetto di linea per abbracciare quello di superficie temporale, si ha la possibilità di porre il proprio sguardo su un luogo del tempo che, per essere osservato nella sua interezza, richiede continui aggiustamenti visivi da parte dell'occhio, costretto a muoversi in qualunque direzione e a focalizzare la propria attenzione su vari dettagli. Questi movimenti lungo degli ideali assi cartesiani: in altezza, in lunghezza, ma anche in profondità (possiamo avvicinarci alla superficie osservata, oppure allontanarcene, come se usassimo una funzione di zoom), abbinati alla chiusura più o meno regolare delle palpebre, producono un ritmo che è per lo più inconscio. Partendo da quest' idea di matrice temporale - mutuata dagli studi sull'evoluzione degli stlii ad opera di Aby Warburg, culminanti nell'atlante di immagini Mnemosyne - è possibile immaginare una superficie temporale automatica, in cui le suddivisioni sono frutto di una sovrapposizione di strati. Linee temporali che incrociano innumerevoli altre linee temporali, fino a definire un universo pluridimensionale. Avviene in questo modo una fusione tra spazio e tempo, percorso visivo e percorso della memoria. Non è forse questa l'illusione che rende reale una fotografia, più che la veridicità delle immagini catturate, peraltro facilmente alterabili attraverso la manipolazione. Il tempo di chi osserva una fotografia si sovrappone al tempo dell'oggetto rappresentato e dell'atto compiuto (lo scatto fotografico).